Fumo l’ultima sigaretta del pacchetto di Chesterfield rosse mentre cammino sul prato.
Sono quasi le due ma il sole è già pigro come nelle più calde sere d’estate.
I colori delle foglie brillano d’una luce languida e un poco inquietante.
Brillano di rosso come quelle lanterne cinesi che si vedono ogni tanto in qualche strada, davanti ai ristoranti. Come se qualcuno avesse acceso una candela dietro ad ogni foglia.
Si vedono tutte le loro venature, come sulle braccia delle persone troppo magre, come se fossero pelli di tamburo tirate troppo.
Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.
Le nuvole si inseguono e giocano nel vento.
Spengo la sigaretta nel fango e penso al Signore delle Mosche.
Giusto stamattina una mosca mi era entrata in macchina al semaforo, e un’altra ancora mi aiutava a sconfiggere la noia del terribile studio della Biologia Molecolare in biblioteca.
L’equilibrio del cosmo è qualcosa di imperscrutabile.
Mi viene in mente Crash.
E’ uno degli innumerevoli film che non guarderò mai, ma la sua storia mi sembra quanto mai azzeccata in una giornata come questa.
Il bicchiere di assenzio mi sorride con la sua brillantezza opalescente mentre spengo la sigaretta nel fango.
Qualche foglia cade e io soffio via i capelli dalla dispensa.
In giornate come questa mi sembra di vivere in una poesia di Pascoli, mi sembra che infinite siano le corrispondenze tra i fatti e gli elementi e le più piccole casualità sono come i sistri di Iside, dolci e sinistri.
Il rio scorre sotto i miei piedi ma le sue acque non sono nè chiare, nè fresche.
Sono dolci, questo sì.
Emanano un odore dolciastro, come l’acqua di palude o come la frutta putrefatta.
In giornate come questa cammino guardandomi in giro, attenta ai più piccoli dettagli, per ubriacarmi di corrispondenze e risonanze.
E vorrei occultarmi dal mondo, almeno per un giorno.
Non so davvero spiegare perchè continui a scrivere qui e non altrove, perchè continui a lanciare le mie piccole briciole di pane nell’infinità dello spazio virtuale.
La cicatrice del tuo morso sul collo mi fa male, la sento in rilievo. Stanotte ho sognato che mi scarificavo una conchiglia su un polso. Anche il suono del tuo morso sembrava un sistro argentato, aveva il suono delle porte degli Inferi che si aprono cigolando. Aveva il sapore di un frutto putrefatto, come l’acqua del rivo. Risuonava nella notte come le cavigliere delle danzatrici orientali, aveva l’odore dell’incenso fragrante, era dolce come una pipa di oppio fumata su un letto rivestito di seta cinese.
Il sole cala lento tra le case, sembra una goccia di sangue brillante, vivo.
Non sprecarmi, dice, non buttarmi via così.
E forse non è l’unico a parlarmi con queste parole.
